La favola del fratello di Fedro.

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Ti capita a volte nella vita, contro ogni tua volontà, di dover snaturare la tua personalità e quindi, come l’acqua, adeguarti al vaso. Anche Gesù un giorno si stancò e, prendendo il bastone, cacciò tutti i mercanti dal tempio. E così, cari lettori, nel leggere questa favoletta a mio figlio, prima di addormentarsi, invito anche voi a leggerla attentamente, sapendo che ne potremo raccontare tante altre anche con contenuti personali e molto profondi. Ricordate, non sfottete “il cane che dorme”? Tu capisce a me.

Oggi vi racconto la Favola di “Fieto”, ù Frate e Fedro.
C’era una volta un Principe..
Quando eravamo bambini, prima di andare a letto era consuetudine che le mamme ci raccontassero la favoletta per farci addormentare. Nella nostra città si raccontano molte favolette, considerato che siamo anche il paese delle streghe. La favoletta di Benevento in questione inizia così: “c’era una volta un paese bello e vivibile, ragazzini che giocavano tranquillamente nelle strade senza rischi ne pericoli di alcun genere. Poi i tempi cambiano nella città arrivano personaggi dalle zone vicine e come di incanto tutto cambia, ma forse in peggio. Il Principe ha un bel castello dorato, dove in passato, arrivavano le maggiori personalità del mondo sociale. Belle feste, bella gente, belle frequentazioni nel borgo antico. Banchetti di ogni tipo, prelibatezze provenienti da ogni angolo del mondo. Un castello sempre illuminato, pulizia in ogni angolo con tutto il popolo impegnato a lustrare il borgo per ben figurare. Re, Regine, dotti ed Illustri personaggi rendevano imponente e fastose le serate. Abiti lussuosi, cavalli e carrozze da cornice alle stupende feste del Principe. Poi succede, e non solo nelle favole, che si rompe il rapporto con il popolo, incomincia a scemare la presenza degli illustri e il castello del Principe, si illumina sempre di meno. Fino a restare con 4 amici che gli fanno compagnia la sera davanti al fuoco del camino, consumando 4 sausicche, nu poche e furmagge e nu bicchiere e vine. I tempi dello spreco, delle abbuffate e degli sfarzi è tristemente finito. Il Principe visto che agli inviti non risponde più nessuno, incomincia ad isolarsi, è sempre più triste, non accetta che, dopo un lungo periodo di forte attrazione del popolo nel suoi confronti, c’è una parabola discendente. E così con i suoi 4 fedelissimi, che gli sono rimasti accanto tra na sausicche e nate, incomincia ad elaborare strategie affinchè si possa ritornare ad essere quel Principe riconosciuto ed “amato” da tutto il popolo. Quindi deve riconquistare il popolo. E così con una umiltà mai vista prima, si mette a girovagare metro dopo metro, tutto il Regno, a parlare personalmente con il popolo per riconquistarne la fiducia. Incomincia a promettere mari e monti, terre per tutti, benessere per tutti, non più povertà e disagi. Nei vari incontri invita anche giovani e meno giovani a seguirlo ad accompagnarlo, come una sorta di “messia”. E così in molti valutano l’occasione e dicono “ we giggin’ vuò vedè che kiste averamente cià fa? E Giggino a Giovanielle “ menammece a priesse kiste si vence campamme buone, nùn tene a nisciune ku isse. Jammejaaaaa ka cà ciàpparamme ke tinemme a perde, kiste è pure viecchè”. Viciè viene viene diceva a ndonio,ka quagliamme. Pasquale a Saverio: viene fa ambresse; Saverio: ma ie steve ku kille?? Pasquale “ ma ke te mporte ka se rire e sabballe”. Nei tanti giri nelle campagne e contrade in tanti incominciano a seguirlo. Scendono anche dai regni vicini, e così saltimbanchi, lanzichenecchi, inciuciatori, menestrelli e banditori da strapazzo si accodano al Principe. Il Principe ed i suoi feudatari, nel girarsi vedono la scia dei seguaci sempre più aumentare e questo li porta a confondere la qualità con la quantità. Come erano diverse le frequentazioni del Principe. Prima per accogliere gli invitati, i preparativi, come giusto che fosse, iniziavano settimane prima, con questi non serve nulla, ma proprio nulla, neanche un secondo. Il Principe dopo tanto peregrinare raggiunge il suo scopo, il popolo gli rinnova la fiducia. Tutti felici, tutti contenti, soprattutto gli avventori delle prime ore, che invadono il Castello, luogo per loro inaccessibile in passato e si acchiazzano su tutte le sedie, rivendicando il merito del ritorno al “potere del Principe”. Tra loro commentano così” giggì ketere ditte!. Giuvanniii” ora tocca noi” Gaetanà “ appreparamme a tavole mo ka magnamme nuoi. Entra di tutto nel Castello, anche il fornaro chè porta farina bianca per impasti di ogni genere. Così via di seguito, nessun merito viene riconosciuto al Principe. L’assedio al Castello continua e tra ossequi e servigi al Principe e feudo, si incominciano a tracciare anche altre strategie per allargare il Regno. Durante la permanenza, visto il livello dei beoni presenti nel salotto, durante i lunghi consommè, si perdono facilmente i lumi della ragione e così, per ingannare il tempo, si intrattengono a denigrare disprezzare chi aveva solo immaginato di ostacolare il ritorno del Principe. Bassezze, nefandezze, vengono raccontate solo per far piacere al Principe, che vuole vedere i suoi rivali fuori da ogni dove. Il Principe dice “A “ e loro in massa ripetono. La cosa strana e che tra loro vi sono uomini che si definiscono cattolici praticanti, chi prima di consumare pasti prega, chi va alla processione, chi festeggia tutte le ricorrenze religiose, chi la domenica si batte la mano sul petto. Si tratta solo di poveracci che tentano di trasvestirsi col vestito a festa, preso per la circostanza di andare al Castello. Ruffiani doc, che solo qualche mese prima, offendevano e dileggiavano il Principe in ogni luogo ed in ogni dove. Tutti erano proni ad ogni desiderio dello stesso. Ma il popolo che non condivide l’operato del Principe, continua a protestare nel credo di un mondo più sano, più bello e più giusto. I lanzichenecchi, seppur invitati a venire alla scoperto e ad affermare tutte quelle nefandezze dette nel Castello del Principe, si guardano bene dal farlo, anzi, si nascondono nel Castello, pensando ed immaginando che nessuno sappia. Invece Principe tutto si sa, anche quello che succede nel Castello. Un vecchio detto diceva “ fattelle chu ki è meglie e te e facce e spese”. Questi straccioni, cialtroni, li cacci via, le stanno succhiando il midollo per fatti personali, grida il popolo, quello che non vuole entrare nel Castello. Ma il Principe invaghito dalla presenza di questi personaggi e con l’età che avanza, non da importanza al popolo buono. E neanche ricorda che nelle difficoltà del passato tutti erano scappati come ratti, lasciandolo solo nelle garbugliate situazioni. Il popolo fuori dal Castello aumenta sempre più, e lo invita a fare pulizia di scarafaggi, vermi e ratti che si annidano in ogni buco del palazzo. Il popolo si lamenta, ha fame, vuole il lavoro, vuole i servizi promessi. Nulla di tutto ciò, il Principe continua a dire non ci sono soldi. Anche i ragazzini vengono rimproverati perché giocano con la palla su un campo infame. Ma come nelle migliori favole nel Regno del Principe arriva all’improvviso la “Bionda Fata Turchina” che invita il Sovrano a ravvedersi da tutto ciò, di non dare importanza all’armata brancaleone che lo segue. Di riappropriarsi del suo vecchio ed onorato stemma di famiglia, di non farsi ingannare ancor di più da sapunare della vita senza gloria.” Nel suo passato Lei Principe era ben voluto, amato, rispettato, osannato, con i suoi invitati parlava di conquistare l’Europa e il Mondo intero, scambi di vedute dall’alto profilo. Si fermi un attimo, rifletta” – invita la Bionda Fata Turchina “ con questi cialtroni di cosa discute, di cosa può pianificare se non ascoltare nefandezze ed inciuci. Principe ha impiegato anni per ritagliarsi e farsi riamare dal Popolo, dal suo Popolo, non commetta ancora un errore e salvi il dicastero, onorato stemma di famiglia e il suo futuro, non finisca indecorosamente il suo percorso. La vogliamo ricordare – continua la fata – come il Principe buono, generoso e disponibile con tutti, sostituisca questi prodotti marci e puzzolenti che l’accompagnano”. Questo il messaggio che la “Bionda Fata Turchina”, per vera riconoscenza nei confronti del Principe, gli consegna. E vissero felici e contenti. Ma… ancora non si può scrivere “felici”, al momento solo vissero, la contentezza arriverà solo nel giorno della liberazione, Principe. E il bimbo prima di addormentarsi dice “ mamma potrò sperare in un Regno diverso e a misura d’uomo?” “Si caro – risponde la mamma – “i parassiti un giorno scompariranno, basta na spruzzat e flit”

Ogni riferimento a persone, cose o animali è puramente casuale. Chiunque voglia replicare alla favole del Fieto, fratello di Fedro può farlo quando vuole, la proprietà ne lascia ampia facoltà.

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